Forum Security

FORUM SECURITY - Sicurezza per davvero - Associazione senza scopo di lucro iscritta all'albo della Regione Lombardia

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TEMI e PROGETTI

Le tematiche che affrontiamo sono tutte declinate nell'ottica delle sicurezza, vista nei suoi molteplici aspetti, e prendono spunto dal nostro background, dalle nostre competenze e dalla collaborazione attiva dei nostri soci.

Consiglio e Soci fondatori

L'associazione è nata nel 2017 dall'iniziativa di Maria Grazia Santini che ha raccolto intorno a sé amici professionisti e non che ha conosciuto e apprezzato lavorando nel settore della Sicurezza.

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Recupero dati informatici da Hard Disk (in camera bianca propria) e Smartphone, Chiavette, Raid, Nas
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Servizi di certificazione ed ispezione
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www.quasercert.com

NEWS

Contributi, aggiornamenti sulle nostre attività, segnalazioni, stato dell'arte dei progetti che stiamo seguendo e molto altro ancora

Violenza Giovanile: Anatomia di un Fenomeno Complesso tra Disagio Sociale e Nuove Piazze Digitali

Negli ultimi mesi, le cronache cittadine hanno registrato un’allarmante recrudescenza di episodi di violenza fisica e devastazione del patrimonio pubblico che vedono protagonisti sempre più frequentemente soggetti minorenni o giovanissimi. Si tratta di un fenomeno che non può essere archiviato come semplice “devianza giovanile”, ma che richiede un’analisi approfondita sotto il profilo della sicurezza urbana, della sociologia e della risposta istituzionale.

La prima peculiarità della nuova ondata di violenza è la sua apparente “spontaneità” e la totale assenza di un movente economico o di appartenenza a organizzazioni criminali strutturate, come poteva accadere nel passato. Gli episodi di aggressione, le risse e le cosiddette “devastazioni” scaturiscono spesso da futili motivi, esasperati dalla dinamiche di gruppo. Il gruppo funge da annullatore delle responsabilità individuali, spingendo il singolo a compiere atti che, se isolato, non commetterebbe mai.

Giovani in un ambiente urbano notturno L’assenza di spazi aggregativi favorisce la deriva verso comportamenti devianti.

Un ruolo determinante in questa mutazione comportamentale è giocato dalla “piazza virtuale”. I social network, e in particolare piattaforme come TikTok o Instagram, non sono più solo luoghi di documentazione ex post, ma veri e propri catalizzatori delle azioni. La ricerca della visibilità, del “like” e del plauso della rete trasforma la violenza in uno spettacolo. Il reato viene compiuto con la consapevolezza di dover produrre un contenuto virale, spostando la gratificazione dall’atto in sé alla sua riproduzione digitale.

Fronteggiare questo fenomeno con la sola logica repressiva o con l’imposizione di coprifuoco è una risposta insufficiente e spesso controproducente, che rischia di criminalizzare massa piuttosto che colpire i singoli responsabili. La sicurezza urbana, in questo contesto, deve intendersi in senso ampio. È indispensabile un intervento strutturale che rimetta al centro la figura dell’educatore, ristabilendo un presidio fisico e morale nei territori.

Schermo di smartphone al buio La ricerca di visibilità sui social media trasforma l’atto di violenza in un evento spettacolarizzato.

Occorre superare la frammentazione degli interventi: le Forze dell’Ordine da sole non possono sostituirsi alle famiglie e alla scuola. Serve un’alleanza educativa tra istituzioni scolastiche, servizi sociali dei Comuni, associazionismo del terzo settore e forze di polizia, capace di intercettare precocemente i segnali di dispersione scolastica e disagio. Inoltre, la legislazione attuale necessita di strumenti più rapidi e deflazionistici. La sicurezza dei cittadini e il futuro dei giovani protagonisti di queste derive esigono una risposta sistemica, che unisca la fermezza della legge alla forza dell’inclusione sociale.

Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.

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28 Agosto 2026

Quando le parole perdono peso

Parte III – Ricostruire il valore del linguaggio: leggere, comprendere e tornare a comunicare

Nelle prime due parti abbiamo affrontato un fenomeno che spesso viene osservato soltanto come un problema di educazione o di costume, ma che in realtà coinvolge aspetti molto più profondi della nostra struttura psicologica: il rapporto tra parole, pensiero ed emozioni.

Abbiamo visto come il linguaggio possa impoverirsi quando viene sottoposto alla velocità della comunicazione digitale, come alcune parole importanti vengano svuotate del loro significato e come, in alcuni casi, possano trasformarsi in strumenti di pressione, manipolazione o ferita.

Ma ogni crisi porta con sé anche una possibilità.

Se le parole possono perdere valore, possono anche essere recuperate.

Se il linguaggio può diventare superficiale, può tornare a essere profondo.

La questione centrale non riguarda il rifiuto della tecnologia, dei social network o dei nuovi strumenti di comunicazione. Ogni generazione ha sempre modificato il proprio modo di esprimersi. La scrittura stessa, nella storia dell’umanità, è stata una rivoluzione tecnologica.

Il problema non è lo strumento.

Il problema è quando lo strumento sostituisce completamente ciò che dovrebbe sostenere: il pensiero.


Una società veloce ha bisogno di persone capaci di fermarsi

Uno degli aspetti più caratteristici della nostra epoca è la velocità.

Tutto deve essere immediato.

Una risposta deve arrivare in pochi secondi.

Un’opinione deve essere espressa subito.

Una notizia deve essere commentata prima ancora di essere compresa.

Siamo immersi in una cultura della reazione.

Ma reagire non significa necessariamente comprendere.

La riflessione richiede un tempo che spesso oggi consideriamo quasi un difetto. Una persona che impiega tempo prima di rispondere viene percepita come indecisa, mentre una risposta immediata viene spesso interpretata come sicurezza.

Eppure la storia del pensiero umano nasce proprio dalla capacità di fermarsi.

La filosofia nasce dalla domanda, non dalla risposta immediata.

La scienza nasce dal dubbio, non dalla certezza impulsiva.

La cultura nasce dalla capacità di approfondire, non dalla velocità con cui consumiamo informazioni.

Anche nelle relazioni umane funziona allo stesso modo.

Una persona che ascolta davvero non sta semplicemente aspettando il proprio turno per parlare.

Sta cercando di comprendere.

E comprendere richiede tempo.


La lettura come difesa contro la superficialità

Quando parliamo di perdita dell’abitudine alla lettura, spesso riduciamo il problema alla semplice diminuzione del numero di libri letti.

In realtà la questione è molto più ampia.

Leggere significa allenare una modalità di pensiero.

Quando leggiamo un romanzo, un saggio o anche un articolo complesso, il nostro cervello deve seguire un percorso. Deve collegare informazioni, ricordare dettagli, interpretare intenzioni, immaginare conseguenze.

La lettura ci insegna la continuità.

I social, invece, spesso ci abituano alla frammentazione.

Passiamo da un contenuto all’altro senza completare un ragionamento. Cambiamo argomento in pochi secondi. Riceviamo informazioni senza necessariamente elaborarle.

Questo non significa che chi utilizza i social sia incapace di pensare.

Significa che il cervello, come qualsiasi altra capacità umana, si adatta alle abitudini.

Un musicista sviluppa l’orecchio allenandolo ogni giorno.

Uno sportivo sviluppa il corpo attraverso l’esercizio.

Una persona sviluppa la profondità del pensiero attraverso esperienze che richiedono concentrazione e riflessione.

La lettura è una di queste esperienze.


Le parole sono una forma di responsabilità

Esiste un aspetto spesso dimenticato quando si parla di comunicazione: ogni parola pronunciata ha una conseguenza.

Non sempre vediamo immediatamente il risultato di ciò che diciamo.

Una frase detta con leggerezza può rimanere nella memoria di qualcuno per anni.

Un commento scritto online può raggiungere una persona in un momento di fragilità e avere un peso enorme.

Una critica può essere uno stimolo alla crescita oppure diventare una ferita.

La differenza sta nel modo in cui scegliamo di utilizzare il linguaggio.

Una comunicazione matura non significa evitare ogni conflitto.

Il conflitto è naturale.

Due persone possono avere opinioni diverse, desideri diversi, valori diversi.

Il problema nasce quando il confronto viene sostituito dall’attacco personale.

Dire:

“Non sono d’accordo con quello che hai fatto”

è molto diverso dal dire:

“Sei una persona sbagliata”.

Nel primo caso si critica un comportamento.

Nel secondo si colpisce l’identità della persona.

Questa differenza, apparentemente piccola, ha un enorme impatto psicologico.


Tornare a distinguere prima di giudicare

Uno dei grandi problemi del linguaggio contemporaneo è la tendenza a semplificare le persone.

Viviamo in un’epoca di etichette.

Buono o cattivo.

Vittima o colpevole.

Normale o problematico.

Narcisista o empatico.

Tossico o sano.

Ma gli esseri umani non funzionano attraverso categorie così semplici.

Una persona può avere comportamenti egoisti senza essere un narcisista patologico.

Una persona può commettere un errore senza essere una persona cattiva.

Una relazione può attraversare un momento difficile senza essere necessariamente tossica.

La psicologia dovrebbe aiutarci a comprendere la complessità, non a eliminarla.

Usare termini psicologici senza conoscerne il significato rischia di creare una nuova forma di superficialità: quella di credere di capire qualcuno soltanto perché abbiamo trovato un’etichetta.

Comprendere una persona richiede molto più sforzo.

Richiede ascolto.

Richiede tempo.

Richiede la capacità di accettare che l’essere umano è contraddittorio.


Il valore dimenticato dell’ascolto

Forse una delle parole più importanti che abbiamo perso è proprio questa: ascoltare.

Sembra un gesto semplice, ma è una delle capacità più difficili.

Ascoltare significa accettare per qualche momento di non essere al centro.

Significa mettere da parte la necessità di rispondere subito.

Significa provare a vedere il mondo dalla prospettiva di un’altra persona.

In un’epoca nella quale tutti cercano visibilità, essere capaci di ascoltare è diventato quasi un atto controcorrente.

Eppure molte crisi personali e relazionali nascono proprio dalla mancanza di ascolto.

Persone che parlano senza sentirsi comprese.

Persone che spiegano il proprio dolore senza trovare nessuno disposto a fermarsi.

Persone che cercano una risposta quando avrebbero bisogno prima di tutto di essere ascoltate.


La lingua italiana come patrimonio da difendere

Recuperare il valore delle parole significa anche riconoscere il valore della nostra lingua.

L’italiano non è soltanto un insieme di regole grammaticali.

È memoria.

È storia.

È cultura.

È il risultato di secoli di pensiero umano.

Dentro una parola italiana spesso esiste un viaggio lunghissimo: dalla sua origine latina, attraverso il volgare medievale, fino al significato che utilizziamo oggi.

Ogni termine porta con sé una storia.

Quando utilizziamo una parola senza comprenderla, perdiamo una parte di quella storia.

Quando invece scegliamo con attenzione ciò che diciamo, restituiamo dignità al linguaggio.

Non significa parlare in modo complicato.

La profondità non nasce dalle parole difficili.

Nasce dalle parole precise.

Una frase semplice può essere immensamente profonda se contiene verità.


Educare alle parole significa educare alla libertà

La vera sfida del futuro non sarà soltanto insegnare ai giovani a utilizzare strumenti digitali.

Sarà insegnare loro a non essere utilizzati dagli strumenti digitali.

A riconoscere una manipolazione.

A distinguere un’opinione da un fatto.

A comprendere il peso delle parole.

A non confondere la popolarità con il valore.

A non scambiare la velocità con l’intelligenza.

Una persona che possiede un linguaggio ricco possiede anche maggiori strumenti per difendersi.

Chi sa nominare ciò che prova riesce più facilmente a gestirlo.

Chi sa spiegare ciò che pensa riesce più difficilmente a essere manipolato.

Chi conosce molte prospettive riesce più difficilmente a cadere nelle semplificazioni.

Il linguaggio è quindi anche una forma di sicurezza personale.


Conclusione: salvare le parole significa salvare il pensiero

Forse il vero problema della nostra epoca non è che le persone parlino troppo.

È che troppo spesso parlano senza fermarsi a pensare.

Le parole sono diventate rapide, consumabili, sostituibili.

Ma una parola non è mai soltanto una parola.

Può diventare una carezza.

Può diventare una ferita.

Può diventare una porta verso la comprensione oppure un muro dietro cui nascondersi.

Recuperare il valore del linguaggio significa recuperare il valore delle persone.

Significa ricordare che dietro ogni messaggio c’è qualcuno.

Dietro ogni opinione c’è una storia.

Dietro ogni silenzio c’è spesso qualcosa che non siamo riusciti a dire.

In un mondo che corre sempre più velocemente, forse il gesto più rivoluzionario che possiamo fare è ancora uno dei più antichi:

fermarci, leggere, ascoltare e scegliere con cura le parole.

Perché chi possiede le parole possiede gli strumenti per comprendere il mondo.

E chi comprende il mondo è molto più difficile da manipolare.

Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.

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26 Agosto 2026
Nucleare, quello buono e quello cattivo

DAL NUCLEARE ALLE RINNOVABILI PASSANDO DALL’IDROELETTRICO

Ungheria – La centrale nucleare di Paks

Romania – La centrale di Cernavoda

Francia – La centrale di Civaux

di Piergiorgio Pescali

CALDO ESTREMO E CENTRALI ELETTRICHE IN EUROPA: COSA DICONO DAVVERO I DATI (ESTATE 2026)

Questa estate il Danubio ha toccato i livelli più bassi mai registrati, causando il fermo o la riduzione di diversi impianti elettrici lungo il suo corso, in particolare la centrale nucleare ungherese di Paks e quella romena di Cernavodă. Sui social se ne è parlato molto, spesso in modo semplificato. Proviamo quindi a cercare di ricostruire i fatti con fonti verificabili.

La centrale nucleare di Paks, in Ungheria, che fornisce da sola quasi metà dell’elettricità del Paese, si è fermata per la prima volta in 44 anni di attività. La causa tecnica va precisata: secondo l’operatore MVM, l’acqua residua nel fiume sarebbe bastata al raffreddamento, ma le bocche di aspirazione delle pompe si trovano fisicamente più in alto rispetto all’attuale livello del Danubio, sceso oltre un metro sotto il minimo storico considerato in progettazione 40 anni fa. Non è quindi, in questo caso, un problema di acqua troppo calda, ma un vincolo geometrico dell’impianto di presa. I lavori per abbassare le tubazioni sono già iniziati.

La centrale nucleare di Cernavodă, in Romania, che si trova più a valle sullo stesso fiume, ha fermato un’unità mentre la seconda resta operativa dopo verifiche di sicurezza. La Romania ha persino demolito con esplosivi alcune formazioni rocciose sommerse per convogliare più acqua verso la centrale.

Occorre però precisare che non è solo un problema nucleare.

Un rapporto di Carbon Brief (https://www.carbonbrief.org/factcheck-how-nuclear-gas…) basato su studi indipendenti, mostra che nello stesso periodo sono calati anche il rendimento delle centrali a gas, mentre la produzione eolica si è quasi azzerata per la scarsa ventosità tipica delle ondate di calore anticicloniche.

Lo stesso studio stima che, su vent’anni (2003-2022), le ondate di calore abbiano ridotto la produzione nucleare media annua di circa lo 0,6%: impatto contenuto sull’anno, ma concentrato e visibile nei singoli episodi.

Inoltre, anche idroelettrico e fotovoltaico oltre al già citato eolico, risentono del caldo e della siccità, ciascuno a modo suo come ben descritto in questo articolo di Forbes

(https://www.forbes.com/…/heat-waves-affect-all-types…/)

Le soluzioni tecniche esistono e sono già attuate nei nuovi impianti: la centrale francese di Civaux, sulla Vienne, ha torri di raffreddamento supplementari con ventilatori che abbassano ulteriormente la temperatura dell’acqua prima del rilascio nel fiume (in un giorno di canicola a 42°C: acqua prelevata a 28,5°C, restituita a 24,65°C, cioè più fredda). Mentre altri tre reattori francesi venivano fermati per l’innalzamento della temperatura dei fiumi, Civaux ha continuato a produrre a piena potenza.

In sintesi: il fermo di Paks non è un errore progettuale ingenuo (lo prova 44 anni di funzionamento ininterrotto e senza incidenti), ma è un fermo dovuto a condizioni idrologiche mai viste.

Infine, è bene ripeterlo, il nucleare non è nemmeno l’unica fonte colpita dal caldo visto che gas, idroelettrico ed eolico mostrano vulnerabilità simili nello stesso periodo.

Il tema di fondo è come progettare e adattare ogni tecnologia elettrica (dal nucleare alle rinnovabili passando dall’idroelettrico) a un clima sempre più estremo.

Testo ©Piergiorgio Pescali

Foto: Finland-Olkiluoto-Olkiluoto Nuclear Power Plant-Photo ©Piergiorgio Pescali

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24 Agosto 2026