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Gli incendi che stanno interessando diverse aree in questo periodo ci mostrano ancora una volta la potenza distruttiva del fuoco. Le immagini delle fiamme, delle colonne di fumo, delle persone evacuate e dei mezzi di soccorso impegnati per ore sono ormai parte della cronaca quotidiana. Ma dietro quelle immagini esiste un’emergenza molto più silenziosa, che spesso comincia proprio quando l’incendio viene dichiarato sotto controllo.
Per chi è stato costretto ad abbandonare la propria casa, l’evacuazione non è soltanto uno spostamento fisico. Significa lasciare improvvisamente un luogo che rappresenta sicurezza, familiarità e memoria, spesso senza sapere quando sarà possibile tornare e, soprattutto, cosa si troverà al proprio ritorno. Anche quando l’abitazione non viene distrutta, vivere per ore o giorni con il timore di perderla può essere un’esperienza profondamente destabilizzante. La paura, l’incertezza, la perdita dei propri riferimenti e la necessità di ricominciare possono lasciare conseguenze che non sono immediatamente visibili.
Il trauma, infatti, non sempre si manifesta nel momento dell’emergenza. Durante un’evacuazione si pensa soprattutto a mettersi in salvo, a raggiungere i propri familiari, a trovare un posto sicuro. È dopo, quando la situazione torna apparentemente alla normalità, che possono comparire insonnia, ansia, irritabilità, difficoltà di concentrazione o una continua sensazione di pericolo. Per alcune persone anche un semplice odore di fumo, una sirena o un cielo particolarmente scuro possono riportare alla mente quei momenti. Questo vale ancora di più per chi ha perso la propria abitazione o beni a cui era legato affettivamente: in questi casi non si perde soltanto qualcosa di materiale, ma una parte della propria storia.
Eppure, mentre guardiamo alle persone evacuate, dovremmo ricordarci anche di chi si trova dall’altra parte dell’emergenza. Vigili del Fuoco, personale sanitario, Forze di Polizia, volontari di Protezione Civile e tutti gli altri operatori coinvolti trascorrono ore, talvolta giorni, immersi in situazioni caratterizzate da pericolo, fatica, pressione decisionale e immagini difficili da dimenticare. Il fatto che siano preparati professionalmente non significa che siano immuni dalle conseguenze psicologiche di ciò che affrontano. Un soccorritore può mantenere lucidità e professionalità durante l’intervento e avvertire soltanto successivamente il peso di quello che ha vissuto.
Per questo la salute mentale dovrebbe entrare a pieno titolo nella gestione delle emergenze. Non soltanto quando qualcuno manifesta un problema evidente, ma come parte integrante della preparazione e della fase successiva all’evento. Prendersi cura di chi è stato evacuato significa anche accompagnarlo nel ritorno alla quotidianità; prendersi cura dei soccorritori significa riconoscere che dietro una divisa esiste una persona che può avere bisogno di elaborare ciò che ha visto.

In questo senso, un grande incendio non è mai affrontato da un solo ente. Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Comuni, Prefetture, Forze di Polizia, sistema sanitario, volontariato e numerose altre strutture devono collaborare affinché l’emergenza possa essere gestita. Ognuno svolge un compito diverso, ma tutti contribuiscono allo stesso obiettivo: proteggere la popolazione e permettere alla comunità di tornare alla propria quotidianità.
Ed è proprio quel “tornare alla quotidianità” che meriterebbe maggiore attenzione. Perché quando le fiamme vengono spente, quando i mezzi rientrano e le immagini dell’incendio scompaiono dai notiziari, non significa necessariamente che l’emergenza sia terminata. Rimangono persone che devono fare i conti con la paura, con le perdite, con l’incertezza e, in alcuni casi, con un trauma che potrebbe accompagnarle per molto tempo.
La vera resilienza di una comunità non si misura soltanto dalla velocità con cui riesce a spegnere un incendio o a riaprire una strada. Si misura anche dalla capacità di prendersi cura delle persone dopo che il pericolo immediato è passato.
Perché il fuoco può spegnersi in poche ore.
Le conseguenze, invece, possono durare molto più a lungo.
Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.
By Dott. Filippi Marco
Le recenti vicende riguardanti persone decedute o gravemente ferite durante o dopo interventi delle Forze di Polizia, così come i numerosi operatori rimasti feriti nei disordini della Val di Susa e di Bologna, hanno riportato al centro dell’attenzione un tema delicato che merita molto più della consueta contrapposizione tra tifoserie.
Servono prudenza, metodo scientifico e competenza.
Ogni evento è diverso dall’altro e solo gli accertamenti medico-legali e giudiziari possono ricostruire con precisione cause, concause ed eventuali responsabilità. Parlare genericamente di “soffocamento”, “compressione toracica”, “morte in custodia” o “contenzione” senza una valutazione clinica e forense completa rischia di banalizzare fenomeni fisiopatologici complessi.
Il caso George Floyd ha inevitabilmente modificato la sensibilità internazionale su questi temi, ma sarebbe un errore trasferire automaticamente quel paradigma alla realtà italiana, caratterizzata da un diverso quadro normativo, operativo, addestrativo e di controllo.
Anche il nostro Paese ha conosciuto casi complessi, come quelli di Stefano Cucchi e Riccardo Magherini a Firenze. Quest’ultimo dimostra quanto sia rischioso trasformare un fatto di cronaca in una sentenza mediatica: il lungo iter giudiziario e gli approfondimenti medico-legali hanno restituito un quadro molto più articolato rispetto alle prime ricostruzioni, mentre la successiva giurisprudenza europea ha richiamato l’attenzione soprattutto sulla necessità di migliorare procedure, formazione e gestione della contenzione. È un richiamo che dovrebbe essere letto come uno stimolo a crescere, non come una contrapposizione tra cittadini e Forze dell’Ordine.
La mia convinzione, maturata in oltre vent’anni di attività nella medicina tattica e nella formazione, è semplice: la risposta non è cercare un colpevole prima della fine delle indagini, ma ridurre la probabilità che questi eventi possano verificarsi.
Tra il 2003 e il 2008, durante la mia esperienza presso la Croce Rossa Italiana – Ufficio Soccorsi Speciali, abbiamo sviluppato programmi formativi rivolti anche agli ATPI e alla Polizia di Stato, con risultati estremamente positivi nell’integrazione tra sicurezza operativa e soccorso sanitario.
Le successive esperienze nei progetti XXI con UNUCI, Arma dei Carabinieri, CADMI, UNSI e Brigata Folgore, così come i corsi IPHMI dedicati alle lesioni da folla, da molotov, da laser e da bomba carta e agli scenari ad alta intensità, hanno confermato che il linguaggio comune tra operatori sanitari e Forze di Polizia salva vite.
Negli ultimi anni abbiamo inoltre assistito a qualcosa di estremamente positivo: sempre più agenti della Polizia di Stato, Carabinieri, Finanzieri e militari hanno salvato vite grazie alla diffusione delle competenze BLSD, all’impiego precoce del defibrillatore e all’applicazione dei protocolli Stop the Bleed. Interventi tempestivi su arresti cardiaci, emorragie massive e traumi hanno dimostrato che la formazione sanitaria non è un accessorio dell’operatore della sicurezza, ma parte integrante della sua missione di tutela della vita.
Questi episodi rappresentano forse il miglior esempio di collaborazione civile e militare degli ultimi anni: medici, infermieri, soccorritori e operatori della sicurezza che condividono protocolli, addestramento, terminologia e obiettivi. Quando la formazione è comune, aumenta la sicurezza di tutti.

Per questo credo sia giunto il momento di compiere un ulteriore passo avanti, introducendo un protocollo nazionale di valutazione clinica immediata dopo il contenimento, affidato al personale delle Forze di Polizia adeguatamente formato secondo i principi del TECC (Tactical Emergency Casualty Care). Non per sostituire il sistema sanitario, ma per riconoscere precocemente quei segni clinici che impongono un’immediata medicalizzazione prima dell’ingresso nelle camere di sicurezza o nei percorsi di custodia. Parimenti un protocollo di valutazione ed intervento per il personale soccorritore e per quello sanitario, basato su evidenze, e con percorsi congiunti se non di formazione, almeno di addestramento, superando l’inutile diatriba, di quale sia la corretta composizione dell’equipaggio in supporto alle FF.OO; elemento dettato ormai dalle circostanze e non dalle velleità sistemiche di un “118” ormai “112”, in crisi su numeri di volontari e di sanitari disponibili.
Allo stesso tempo, ritengo che le procedure di Tactical Medical Support elaborate e sperimentate negli anni insieme alle Scuole della Polizia di Stato di Nettuno e Bari e con la Guardia di Finanza dell’Aquila debbano oggi essere aggiornate. Gli scenari di ordine pubblico, le tecniche antagoniste, la medicina tattica e le evidenze scientifiche evolvono continuamente: anche la formazione deve evolvere.
Proteggere chi interviene e proteggere chi viene fermato non sono due obiettivi in conflitto. Sono la stessa missione.
Se gli operatori oggi salvano sempre più vite con il BLSD, con gli emostatici, con i tourniquet e con lo Stop the Bleed, significa che la strada della formazione interdisciplinare è quella giusta. Continuiamo a percorrerla, estendendola anche alla gestione delle persone in custodia, affinché ogni intervento sia sempre più sicuro, per tutti.
Più formazione. Più medicina. Più ricerca. Più addestramento congiunto. Più protocolli condivisi. Meno slogan.
Ci aspetta una stagione molto, molto difficile per ordine pubblico, situazione geo-economica, e guerra cognitiva.
Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.
I casi francese e tedesco mostrano l’ipocrisia di chi difende l’integrazione. Si blatera di «rabbia sociale» e ci si rifiuta di ammettere il flop delle attività di deradicalizzazione
di MARCO LOMBARDI
Docente presso Università Cattolica di Milano
Mancava di accusare il troppo caldo a Berlino. Invece i segni del terrorismo islamista ci sono tutti: un’auto sulla folla e la prosecuzione dell’attacco al coltello; l’obiettivo una festa pubblica e profondamente contraria alla religione islamica; l’autore un giovane, con precedenti, immigrato di seconda generazione uscito dal riformatorio, sottoposto a processo di de-radicalizzazione. E per finire: la ricerca della propria morte davanti alla polizia che lo aveva ormai in pugno, freddato.
Tutto semplice dunque? Proprio no, perché il fatto di Berlino, seguito dall’accoltellamento di Parigi il giorno dopo, quest’ultimo ispirato da «Allah (che) mi ha mandato a uccidere delle donne» come avrebbe detto il secondo attentatore, mostra uno scenario complesso, che noi abbiamo fatto diventare complicato per avere lasciato andare le cose da sole o, peggio, non avere voluto vedere quello che accadeva.
Certo, vedere non è facile: si tratta di raccogliere tanti piccoli segnali che, da soli, hanno poco senso ma una volta insieme dipingono un allarmante «ecosistema digitale comunicativo»: un modo per dire che il mondo i cui viviamo è fatto di piccole cose che acquistano significato quando sono messe in relazione, per lo più attraverso il mondo digitale.
I segni di questi giorni mostrano con chiarezza il dramma del conflitto radicale in corso tra visioni del mondo diverse. È inutile girarci attorno: modelli culturali, credenze religiose, rapporti tra generazioni, sforzi istituzionali sono distanti e fallimentari rispetto a ogni tentativo di ricomposizione di un conflitto che riguarda soprattutto i cittadini di una Europa che si riconosce in una cultura che la fonda e coloro i quali, anche se qui residenti, si riconoscono in altri valori e identità, con più frequenza appartenenti a un islam radicale e non adatto a convivere nei nostri Paesi.
Sono ormai 12 anni che gli attacchi islamisti insanguinano l’Europa con continuità, malgrado i nostri sforzi di contenimento.
E i Paesi europei hanno puntato sui processi integrativi e sui programmi di deradicalizzazione per cercare di ridurre il rischio: hanno brillato per fallimento su tutta la linea. Con una minaccia in aumento, a causa della sua imprevedibilità, diffusione e mimeticità.
Infatti, i segnali da cogliere per comprendere lo scenario non sono solo quelli che ci lasciano i terroristi ma anche quelli associati alle reazioni di chi spera che l’attentatore di Berlino «sia bianco e cristiano…» o che invita alla comprensione della rabbia sociale che lo avrebbe mosso: la cecità all’evidenza, cercata e voluta per salvare la propria ideologia è la più grande vulnerabilità alla sicurezza di tutti, che è minacciata dai terroristi che agiscono e da chi non vuole vedere.
Non dubito, attivisti e portavoce di Ong varie, che di bianchi e cristiani cattivi anche ce ne sono.
Però, il «nostro colore e la nostra religione» ha saputo sviluppare gli anticorpi per affrontare queste criticità, tanto è vero che non c’è alcuna istituzione europea che si richiama né al colore né alla religione per governare.
Eppure, un’altra parte del mondo, il più delle volte quella a cui si ispirano i terroristi islamisti, è satura di questa visione totalitaria etnica e religiosa. E vorrebbe esportarla, senza discussione o con la violenza. Non possiamo non vedere questo scenario, che non possiamo accettare.
Ma non dobbiamo tuttavia rinunciare a cercare di cambiarlo, cominciando noi a cambiare passo. Chiedendo la piena responsabilità per chi colpisce: nessuna attenuante anagrafica o culturale. Non concedendo alcuno sconto lungo il percorso di detenzione e nessun inutile processo di deradicalizzazione: una chimera che si giustifica solo nell’ideologia. Chiamando alla corrispondenza i referenti culturali e religiosi dell’Islam che devono pubblicamente disconoscere queste azioni: perché un Islam incapace di mediare le sue antiche radici con la storia di oggi non ha posto in Europa. Respingendo alibi ideologici che mascherano il servizio al prossimo, con l’affare economico o politico.
