Forum Security

FORUM SECURITY - Sicurezza per davvero - Associazione senza scopo di lucro iscritta all'albo della Regione Lombardia

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Le tematiche che affrontiamo sono tutte declinate nell'ottica delle sicurezza, vista nei suoi molteplici aspetti, e prendono spunto dal nostro background, dalle nostre competenze e dalla collaborazione attiva dei nostri soci.

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L'associazione è nata nel 2017 dall'iniziativa di Maria Grazia Santini che ha raccolto intorno a sé amici professionisti e non che ha conosciuto e apprezzato lavorando nel settore della Sicurezza.

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Fentanyl, droni e guerra cognitiva: collegare i segnali deboli

Di Dr. Marco Filippi

Il furto denunciato di 80 fiale di fentanyl da un ospedale romano, quello Israelita, seguito da una riunione d’urgenza del Governo, dovrebbe essere considerato un evento segnale, non semplicemente un episodio di criminalità comune. Secondo fonti aperte, la quantità sottratta potrebbe essere convertita in migliaia di dosi illecite, evidenziando implicazioni sia di sanità pubblica sia di sicurezza.

La sfida analitica non è prevedere un attacco, ma collegare domini apparentemente distinti e la forte convergenza di segnali deboli, sia cognitivi che di guerra ibrida.

Nel 2024, presso il NATO MILMED Centre of Excellence, ho presentato quella che, per quanto mi risulta, è stata la prima analisi di Medical Intelligence a correlare droni ad alto payload e agenti farmaceutici come possibile tema emergente in ambito CBRNe. In precedenza avevo analizzato la crisi del Teatro Dubrovka (23–26 ottobre 2002) su una rivista italiana di analisi OSINT, evidenziando le criticità operative e di attribuzione connesse all’impiego di agenti incapacitantI di origine farmaceutica.

Più recentemente, durante il Forum Security presso il Palazzo Pirelli di Milano (19 giugno 2026), insieme a colleghi impegnati nella Medical Intelligence e nella Epidemic Intelligence, abbiamo discusso scenari relativi all’impiego di droni agricoli ad elevato payload e di payload farmaceutici nell’ambito della resilienza e della preparedness, a seguito dell’incidente dell’aeroporto di Levaldigi di inizio 2026 che ospita uno dei nostri migliori assets nazionali ed internazionali di risposta all’emergenza di massa.

Un ulteriore elemento merita attenzione. Nelle ore successive al furto del fentanyl, numerosi canali social hanno rilanciato narrazioni riferite a storiche operazioni clandestine e a meccanismi di pre-attribuzione, orientando preventivamente la responsabilità verso Stati Uniti e Israele prima che emergessero elementi investigativi. Che tali dinamiche siano coordinate oppure spontanee è, in questa fase, secondario: il dato rilevante è che la dimensione cognitiva evolve ormai più rapidamente dell’attribuzione forense, pescando da eventi della Guerra Fredda, come la c.d. operazione Blue Moon; E’ probabile anche che verrà a breve capitalizzato quale valido moltiplicatore di effetto psicologico sia la natura confessionale dell’ospedale stesso, sia il fatto che sia stato oggetto di salvataggio economico da parte del Governo Italiano.

Contestualmente, canali dedicati alla difesa cinese stanno diffondendo con grande intensità filmati relativi a sistemi veicolari di aerosol/fumogeni destinati al contrasto dei droni. Sebbene le reali prestazioni di tali sistemi non siano state verificate in modo indipendente e il loro impiego dichiarato sia esclusivamente difensivo, il tempismo e l’ampia diffusione di questi contenuti rappresentano di per sé un elemento di interesse analitico. Dal punto di vista della Medical Intelligence, essi richiamano inoltre le analisi che abbiamo condotto sui wargame cinesi, nei quali piattaforme dual-use, tecnologie di aerosolizzazione e operazioni multidominio vengono considerate all’interno di scenari di competizione strategica e guerra ibrida e guerra full scale.

La conclusione non è che questi eventi siano necessariamente collegati. Piuttosto, essi dimostrano perché Medical Intelligence, OSINT, CBRNe e analisi della guerra cognitiva debbano essere sempre più integrate, non soltanto nella prevenzione e nel contrasto di tutta la guerra ibrida ma anche nella reale resilienza della popolazione.

Il campo di battaglia contemporaneo non è costituito soltanto dalle capacità materiali, ma anche dalle narrazioni che precedono l’attribuzione.

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06 Luglio 2026

Il fiume non è una piscina: conoscere il rischio per salvare vite

di Dott.sa Alessia Giovanola


Non sono cinica, sono semplicemente realista…
Non si può morire così, una domenica pomeriggio, con la famiglia, mentre sei a cercare un po’ di refrigerio dalla calura.
Annegare in un fiume comprende una mancanza totale delle precauzioni sulla banale sopravvivenza umana.
Se non sai nuotare bene, in un fiume non entri, soprattutto accanto ad una pozza profonda
L’acqua, per quanto bassa possa essere 2 metri più in là, è mossa, è fredda, è insidiosa.
Oggi al sole a Romagnano Sesia ci sono 34°, ma se rimani fisso sotto al sole, il corpo si surriscalda e in acqua più profonda patisce lo shock termico a prescindere dalla motivazione per cui entri in acqua.
Il nostro sistema circolatorio si contrae, l’ossigeno arriva lentamente al cervello che si spegne… e se sei in acqua e perdi i sensi, nulla impedirà a questa di riempirti i polmoni.
E così accadrà a chi si butterà per cercare di salvarti, creando una catena di immaginabili disastri.
Questo accade anche a chi dice di saper nuotare… ma se sei incosciente, non ti servirà a nulla. Figuriamoci poi a chi non sa nuotare.
Non so se è una triste premonizione o se sono semplicemente abituata ad osservare scenari critici con l’occhio del soccorritore… ma l’anno scorso, camminando sul Sesia, in un luogo dove vedevo spesso “bagnanti”, mi chiedevo perché non ci fossero, almeno sulla sponda di Romagnano Sesia, dei dispositivi di salvataggio usabili da chiunque nell’immediato…
Poi purtroppo ho ricordato i tristi tempi che corrono, dove molta gente idiota e irrispettosa li ruberebbe o li butterebbe nel Sesia, rendendoli inutili in caso di bisogno.

Ogni estate questa storia si ripete. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi, ma il finale resta sempre lo stesso. E la cosa più triste è che, nella maggior parte dei casi, non si tratta di fatalità imprevedibili, ma di eventi prevenibili.

Il fiume viene spesso percepito come più sicuro del mare. L’acqua sembra calma, la riva è vicina, il fondale appare basso. È un’illusione.

Un fiume è un ambiente dinamico: il fondo cambia continuamente, possono esserci buche profonde pochi metri dopo una secca, correnti di ritorno, mulinelli creati da piloni, rocce sommerse, alberi trascinati dalle piene e improvvisi dislivelli. L’acqua può essere limpida in superficie ma nascondere pericoli completamente invisibili.

A tutto questo si aggiunge la temperatura. Anche dopo giornate torride, l’acqua dei fiumi può mantenersi su valori molto inferiori rispetto alla temperatura corporea. L’immersione improvvisa provoca una risposta fisiologica che può determinare iperventilazione incontrollata, vasocostrizione e, nei soggetti predisposti, anche perdita di coscienza o arresto cardiaco. Non è necessario avere una malattia per andare incontro a uno shock da immersione: basta una combinazione di caldo intenso, sforzo fisico e ingresso improvviso in acqua fredda.

Saper nuotare non rende immuni da questi fenomeni. Se il corpo va in crisi, anche il miglior nuotatore può non riuscire più a mantenere il controllo.

Un altro elemento ricorrente riguarda le persone straniere che, soprattutto durante l’estate, rimangono vittime di annegamento nei fiumi italiani. Parlare di questo non significa cercare un colpevole, ma comprendere un fenomeno per prevenirlo.

Le analisi dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che, nelle acque interne, la grande maggioranza degli immigrati deceduti era costituita da persone che non sapevano nuotare o che avevano una preparazione acquatica insufficiente. Molti provenivano da contesti in cui il nuoto non rappresenta una competenza diffusa e, soprattutto, non conoscevano le caratteristiche dei corsi d’acqua italiani. Nel rapporto analizzato dall’ISS, circa l’89% degli annegamenti degli immigrati nelle acque interne riguarda proprio non nuotatori trascinati dalla corrente o persone che si sono tuffate senza valutarne profondità e pericoli.

È quindi un problema di conoscenza del rischio, di cultura della sicurezza e, spesso, di eccessiva fiducia nelle proprie capacità. Lo stesso Ministero della Salute evidenzia come negli ultimi anni sia aumentata la quota di vittime straniere proprio perché molte non possiedono adeguate capacità natatorie.

I numeri parlano chiaro. In Italia si registrano mediamente circa 350 morti per annegamento ogni anno, oltre 800 ricoveri e circa 60.000 interventi di salvataggio. Circa l’80% delle vittime è di sesso maschile e una quota importante degli incidenti avviene proprio nelle acque interne, come fiumi, torrenti e laghi.

Il punto che molti non comprendono è che il tempo è il vero nemico.

Quando una persona scompare sott’acqua, i minuti disponibili prima che il danno cerebrale diventi irreversibile sono pochissimi. In un fiume, la corrente può trascinare il corpo decine o centinaia di metri in meno di un minuto, rendendo estremamente difficile individuarlo.

Anche chiamando immediatamente il numero di emergenza, nessun equipaggio specializzato può materializzarsi sul posto. Il tempo necessario alla chiamata, all’attivazione dei soccorsi, all’arrivo dei mezzi, all’individuazione del punto corretto di accesso al fiume e all’ingresso in acqua fa sì che, nella maggior parte dei casi, il recupero avvenga quando le possibilità di sopravvivenza sono ormai ridotte al minimo. I sommozzatori, quando vengono impiegati, operano spesso in condizioni di visibilità nulla, con correnti e fondali estremamente complessi.

Per questo la prevenzione resta l’unica vera forma di salvataggio.

Non entrare in acqua se non si sa nuotare, evitare tuffi in luoghi sconosciuti, non sottovalutare la corrente, non fare il bagno da soli, non tentare salvataggi improvvisati entrando in acqua e chiamare immediatamente i soccorsi utilizzando, se disponibili, mezzi di fortuna come corde, rami o salvagenti, sono comportamenti che possono fare la differenza tra una giornata d’estate e una tragedia.

Perché il fiume non concede seconde possibilità. E quando qualcuno urla “aiuto”, molto spesso è già troppo tardi.

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05 Luglio 2026
Smart City e sicurezza: perché le città intelligenti devono essere anche città resilienti

Le città stanno attraversando una trasformazione profonda e ormai irreversibile. Sensori intelligenti, reti di monitoraggio, semafori connessi, sistemi energetici automatizzati e servizi digitali integrati stanno ridefinendo il modo in cui gli spazi urbani vengono vissuti e gestiti. La Smart City si presenta come il modello urbano del futuro: più efficiente, più sostenibile, più capace di adattarsi ai bisogni dei cittadini in tempo reale. Tuttavia, questa stessa evoluzione introduce una complessità nuova, spesso sottovalutata, legata alla sicurezza.

Una città “smart” si fonda sulla raccolta e sull’elaborazione continua dei dati. Mobilità, illuminazione pubblica, gestione dei rifiuti, sicurezza urbana, monitoraggio ambientale e servizi di protezione civile diventano sistemi interconnessi che dialogano tra loro per ottimizzare risorse e tempi di risposta. L’obiettivo è evidente: decisioni più rapide, interventi più mirati, servizi più efficienti. Ma l’infrastruttura che rende possibile tutto questo è anche, per sua natura, esposta.

Ogni dispositivo connesso alla rete urbana — che sia un sensore ambientale, una telecamera o un sistema di controllo dei trasporti — rappresenta un potenziale punto di vulnerabilità. In uno scenario sempre più digitalizzato, un attacco informatico non rimane confinato allo spazio virtuale, ma può tradursi in conseguenze concrete e immediate sulla vita quotidiana: blocchi della mobilità, interruzioni energetiche, disservizi idrici, difficoltà nelle comunicazioni di emergenza.

Per lungo tempo sicurezza fisica e cybersicurezza hanno seguito percorsi separati, come se appartenessero a domini distinti. Oggi questa distinzione appare sempre meno sostenibile. La dimensione digitale e quella reale sono ormai intrecciate, e un’interferenza nel primo ambito può generare effetti diretti nel secondo. Di conseguenza, la protezione delle infrastrutture digitali non è più un tema tecnico circoscritto, ma una componente strutturale della sicurezza pubblica.

In questo contesto prende forma il concetto di città resiliente. Non basta più progettare una città intelligente: è necessario

progettarla per resistere. Resistere non solo a eventi naturali o emergenze tradizionali, ma anche a guasti sistemici, attacchi informatici e interruzioni della rete tecnologica. La resilienza urbana si costruisce attraverso progettazione sicura, aggiornamento continuo dei sistemi, monitoraggio costante delle infrastrutture e una forte collaborazione tra istituzioni pubbliche, soggetti privati e operatori del settore.

La vera città intelligente, quindi, non è semplicemente quella più connessa o più automatizzata. È quella che riesce a mantenere la propria funzionalità anche nelle condizioni di crisi, garantendo continuità dei servizi essenziali e capacità di risposta. In altre parole, una Smart City è davvero tale solo se è anche una città resiliente.

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02 Luglio 2026