Le tematiche che affrontiamo sono tutte declinate nell'ottica delle sicurezza, vista nei suoi molteplici aspetti, e prendono spunto dal nostro background, dalle nostre competenze e dalla collaborazione attiva dei nostri soci.
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I recenti episodi di destabilizzazione nel Mar Rosso e le ripercussioni sui principali corridoi mercantili globali hanno riportato drammaticamente al centro del dibattito pubblico la questione della sicurezza marittima e della resilienza della logistica. In questo contesto, i sistemi portuali italiani – vero e proprio motore dell’export nazionale – si trovano a gestire pressioni senza precedenti, dovute non solo alla ridislocazione delle rotte commerciali, ma anche all’aumento esponenziale dei rischi connessi alla sicurezza fisica e digitale degli scali.
La congestione e la vulnerabilità dei nodi portuali possono innescare effetti a catena sull’intera economia di un Paese.
Un porto moderno è un ecosistema iper-connesso, un crocevia in cui convergono reti di trasporto terrestri, sistemi di movimentazione automatizzata, piattaforme doganali e reti elettriche. Questa complessità, se da un lato massimizza l’efficienza operativa, dall’altro amplifica la superficie di attacco. Un cyberattacco mirato ai sistemi OT (Operational Technology) di un terminal container non provocherebbe solo la perdita di dati, ma il blocco fisico delle operazioni di carico e scarico, con ricadute economiche immediate su tutta la filiera produttiva.
La protezione di queste infrastrutture non può più affidarsi esclusivamente alla tradizionale perimetrazione fisica (recinzioni, guardie, controlli doganali), per quanto questa rimanga fondamentale. È indispensabile l’adozione di un approccio integrato, fondato sul concetto di “Security by Design” all’interno dei Port Community Systems. Questo implica la condivisione strutturata delle informazioni di intelligence tra Autorità portuali, Capitanerie di porto, Forze dell’Ordine e operatori privati, per ottenere una visione situazionale comune.
L’automazione dei terminal rende indispensabile un aggiornamento costante delle misure di sicurezza fisica e informatica.
Investire nella cybersecurity portuale e nella protezione fisica anti-sabotaggio non rappresenta un costo aggiuntivo per il sistema Paese, ma un’assicurazione strategica indispensabile. In un mondo caratterizzato dalla persistenza delle crisi, la capacità di mantenere aperti e funzionanti i propri nodi logistici costituisce il primo e più efficace strumento di deterrenza e di sicurezza nazionale.
“Con che spirito un poliziotto si sveglia ogni mattina, sapendo che una parte della società lo giudicherà ancora prima di conoscere i fatti?”
È una domanda che merita una risposta. Non per difendere una categoria a prescindere, ma per comprendere una realtà che riguarda tutti.
Dietro una divisa non esiste soltanto un agente di Polizia, un Carabiniere o un Finanziere. Esiste una persona. Un padre, una madre, un figlio, una figlia. Qualcuno che ogni giorno esce di casa senza sapere quali situazioni dovrà affrontare e con la consapevolezza che ogni decisione potrà essere osservata, criticata e giudicata in pochi secondi, spesso attraverso lo schermo di uno smartphone.
Nel frattempo, un dato passa quasi inosservato: le Forze dell’Ordine stanno vivendo una crescente difficoltà nel ricambio generazionale. I pensionamenti aumentano, mentre il numero di giovani che sceglie questa professione non riesce a compensare le uscite. I sindacati di categoria denunciano da tempo organici insufficienti, carichi di lavoro sempre più gravosi e una pressione operativa che rischia di diventare insostenibile.
Le conseguenze non ricadono solo sugli operatori. Ricadono sull’intera collettività.
Meno pattuglie disponibili significa meno presenza sul territorio, tempi di risposta che possono allungarsi e una capacità di prevenzione inevitabilmente ridotta. La sicurezza è un servizio essenziale e, come ogni servizio pubblico, richiede personale, formazione e investimenti continui.
Qualcuno immagina che, un domani, l’intelligenza artificiale e la robotica possano colmare queste carenze. Sicuramente saranno strumenti preziosi: aiuteranno nelle analisi investigative, nella gestione dei dati e nel supporto decisionale. Ma nessuna macchina potrà sostituire l’esperienza, il discernimento e l’umanità necessari quando bisogna gestire una violenza domestica, un incidente stradale, una persona in crisi o una situazione che cambia in pochi istanti.
La tecnologia può assistere. Non può assumersi la responsabilità morale di una scelta.
È giusto pretendere trasparenza, professionalità e responsabilità da chi indossa una divisa. È altrettanto giusto ricordare che non si può giudicare un’intera categoria dagli errori di pochi. La critica costruttiva rafforza le istituzioni; il pregiudizio le indebolisce.
La vera domanda, allora, non è se un giovane voglia ancora entrare nelle Forze dell’Ordine.
La domanda è un’altra.
Che cosa accadrà quando saranno sempre meno coloro disposti a mettersi al servizio della collettività?
La sicurezza non nasce per caso. Dietro ogni intervento riuscito, ogni soccorso, ogni indagine e ogni notte trascorsa sulle strade ci sono donne e uomini che hanno scelto di esserci, anche quando è difficile.
Forse è il momento di riflettere su questo. Perché una società che perde il rispetto per chi la tutela rischia, prima o poi, di perdere anche una parte della propria sicurezza.


” Oggi vi è stato un attacco devastante con centinaia di droni ucraini alla logistica e componentistica civile e militare della nazione russa. Sta infatti bruciando il centro logistico principale dell’ “amazon” dell’esercito russo, a Mosca. Il magazzino di Wildberries a Elektrostal, che sarebbe stato parzialmente riconvertito alla distriibuzione della componentistica militare, è stato distrutto dalle forze armate di Kiev. Il governatore della regione di Mosca ha confermato l’attacco è ha dichiarato il massimo stato d’emergenza. Un’apocalittica gigantesca nube di cenere, fumi, detriti e nebbia grigia, avanza nei cieli vicini a Mosca all’aeroporto Domodedovo.
La guerra alla quale stiamo assistendo tra Russia e Ucraina, è arrivata prepotentemente ormai sul territorio dei russi e le forze armate di Mosca non possono fare altro che cercare di diminuire danni prodotti dai droni aerei che ogni giorno si schiantano sul loro territorio presso strutture petrolifere e come abbiamo visto anche logistiche.
Nella notte tra il 17 e il 18 luglio, le Forze dei Sistemi Senza Equipaggio dell’Ucraina hanno colpito altri 13 vascelli della flotta ombra russa.
Il bilancio: 8 navi da carico a secco, 1 gasiera, 2 gru galleggianti e 1 rimorchiatore nel Mar Nero, oltre a 1 petroliera nel Mar d’Azov..

Ma ben al di là di questa spettacolare singola azioni avvenute presso questo centro logistico di primaria importanza, che si viene ad inserire nell’operazione “40 giorni” decretata dallo stesso presidente ucraino, è stato semplicemente aggiunto un tassello in un tipo di guerra che ha cambiato l’arte bellica delle moderne nazioni per sempre.
Questa guerra tra due nazioni slave, che sta infuriando da quasi quattro anni e mezzo, decreta ancora una volta il cambiamento della dottrina militare non solo delle nazioni direttamente coinvolte, ma anche di tanti altri Paesi che si dovranno adeguare questo cambio di paradigma epocale. I droni marini, aerei e terrestri quasi completamente automatizzati e utilizzanti sempre più l’intelligenza artificiale, saranno sempre maggiormente i protagonisti dei moderni conflitti, e andranno pesantemente ad affiancare e in molti versi a sostituire l’azione umana. Che comunque resterà centrale ma si sposterà sempre più dietro le quinte e dovrà continuamente aggiornarsi a governare sistemi d’arma che saranno sempre più complessi.
Questo cambio di paradigma non è nuovo nella storia umana delle guerre. Il conflitto combattuto dalla notte dei tempi ha infatti costituito un cambio di paradigma, pensiamo all’introduzione delle armi di metallo nella Preistoria rispetto a quelle in pietra e legno, pensiamo alle modernissime tecniche per l’epoca introdotte dai Romani di combattimento in squadra e all’utilizzo di vere e proprie macchine belliche.
Ma ci sono guerre nella contemporaneità durante le quali questo processo è accelerato ai suoi massimi possibili. Pensiamo alla prima guerra mondiale, iniziata con le cariche di cavalleria è terminata con primissimi carri armati. Pensiamo al secondo conflitto mondiale, iniziato nelle pianure della Polonia con l’applicazione della modernissima guerra lampo teorizzata dall’esercito tedesco, fatta di una combinazione tremenda dell’utilizzo di mezzi corazzati e aerei, e terminata ben sei anni dopo in Giappone nell’olocausto atomico di ben due città.”
